La Storia di Emanuele

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Mi chiamo Chiara e sono la mamma di due bambini, Simone, di 4 anni, ed Emanuele, di quasi 8 mesi. “Mamma”: questa parola mi riempie di orgoglio. Giorno dopo giorno mi rendo conto sempre di più che è proprio l’essere mamma che dà senso, pienezza e ricchezza alla mia vita. Guardo i miei due bimbi e sono orgogliosa di loro, di me e del loro papà: sono fiera di quello che abbiamo costruito con tanta passione, ma anche con tanta fatica, con entusiasmo, ma non senza momenti di stanchezza.

Mi guardo indietro e nei miei ricordi scorrono tante scene. Mi rivedo nel giorno in cui ho saputo della labiopalatoschisi di Emanuele, mentre ero sdraiata sul lettino del ginecologo e ho capito nel suo sguardo che c’era qualcosa che non andava; mi rivedo mentre uscivo dallo studio con le lacrime agli occhi e poi ancora lo stesso giorno mentre piangevo sul divano. Mi rivedo nei lunghi mesi della gravidanza, quando convivevo con l’attesa e la paura, quando mi preoccupavo di come avrei reagito vedendo la prima volta Emanuele, se sarei riuscita a guardarlo con lo stesso amore e la stessa tenerezza con cui avevo accolto Simone. Ricordo ancora con tanta amarezza il fatto di non aver potuto stare molto col mio piccolino nei primi giorni perché, nonostante non ce ne fosse alcun bisogno e malgrado tutte le mie pressioni, il primario della pediatria ha voluto che Emanuele rimanesse nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale. Rivedo me o mio marito nel cuore della notte a cullare Emanuele che, chissà perché, non voleva saperne di dormire e risento tutta la pesantezza negli occhi di tante notti insonni. Risento il tuffo al cuore quando ho letto il referto del test dei potenziali evocati uditivi: “Quadro di immaturità bioelettrica di fondo”. Rivivo tutta l’ansia e l’attesa delle ore trascorse ad aspettare che Emanuele uscisse dalla sala operatoria. E poi 5 giorni dopo l’intervento correre di nuovo a Lucca perché Emanuele aveva aspirato uno dei due conformatori nasali… Mi rivedo ancora a piangere nei giorni in cui Emanuele, chissà perché, mangiava pochissimo; ricordo i primi tentativi con la pappa, quando ne prendeva solo 20 grammi…

Ma non so trovare le parole per descrivere la sensazione bellissima che provavo quando il mio piccolo scalciava nella mia pancia, così come la gioia immensa del momento in cui per la prima volta ho sentito Emanuele piangere e poi l’ho visto mentre ero ancora sul lettino operatorio dopo il cesareo e ho sentito il calore del suo corpicino quando me l’hanno messo vicino; allora l’ho guardato e me ne sono subito innamorata!! Mi rivedo mentre esco dall’ospedale spingendo la carrozzina e mi sento così fiera, guardando il mio tesoro. Rivedo Emanuele che ciuccia senza problemi al biberon e cresce velocemente nelle prime settimane. Ricordo la gioia dei suoi primi grandi e aperti sorrisi! Riprovo l’indicibile sollievo di quella mattina in cui l’otorino mi spiega il referto del test dei potenziali evocati uditivi e mi dice: “L’esame è andato bene: l’apparato uditivo di suo figlio deve ancora completarsi, ma l’importante è che l’impulso elettrico è presente!” e mi rivedo ad esultare perché Emanuele si è svegliato a causa di un piccolo rumore. Rivivo il sollievo del momento in cui l’ho riabbracciato dopo l’intervento, e come potervi descrivere la gioia di quando già il giorno dopo ha tentato timidamente il suo primo nuovo sorriso? Ricordo la sorpresa del primo “ma mma mma mma” quando ancora non aveva neanche 5 mesi! E rivivo con emozione ogni suo piccolo progresso, ogni sua nuova conquista: la prima volta che ha preso in mano un giochino, che si è messo a sedere da solo, che ha battuto le manine, che ha dormito nel lettino…

Questa esperienza mi ha messo duramente alla prova e in varie circostanze ho pensato: “Non ce la faccio più”. Mi sono addirittura “arrabbiata” con Dio perché, dopo la malattia e la morte di mia madre durante i primi mesi di vita del mio primo figlio, mi riservava ora una nuova prova. Non mi sembrava giusto quello che mi stava capitando. Mentre ero ancora incinta, mi è capitato di guardare con invidia le altre mamme che passeggiavano serene con i loro bimbi nella carrozzina. Questa esperienza ha fatto emergere alcuni lati del mio carattere che non conoscevo e di cui non vado affatto fiera. Ha messo in luce tutta la mia fragilità, ma allo stesso tempo mi ha costretto a tirare fuori anche tutta la mia forza e a mettere in gioco tutte le mie risorse.

Insomma non nego che ci siano stati tanti momenti difficili e non posso neanche dire di avere dimenticato ormai tutta la stanchezza, la preoccupazione, l’ansia, lo stress, il nervosismo. Emanuele certe notti ci fa ancora dormire poco e spesso ci “trapana” i timpani con la sua sirena. Ma quando guardo i miei due bimbi che sorridono e giocano, mi viene da pensare: “Ce l’abbiamo fatta!”.

Spero di non aver scoraggiato con questo mio racconto chi ancora deve cominciare questa avventura. In realtà il messaggio che vorrei dare è esattamente il contrario. Quando ho saputo che mio figlio sarebbe nato con una lps, per me è stato come cominciare a percorrere una strada con tanti tunnel: ci sono stati dei tunnel particolarmente bui e lunghi, tanto che mi sembrava che non ne sarei uscita mai, e a volte appena uscivo da uno, ne arrivava un altro; ad un certo punto però ho cominciato a vedere il sole e ad attraversare tratti sempre più lunghi all’aperto. Ora viaggio serena, consapevole che sicuramente dovrò ancora imbattermi in qualche galleria, ma felice e soddisfatta del tragitto finora percorso.

Ci tengo anche a sottolineare che tanto dello stress vissuto in questi mesi non ha nulla a che vedere con la labiopalatoschisi: Emanuele non mangiava semplicemente perché, come tanti altri bambini, aveva poco appetito e si era stancato del latte; non dormiva per la stessa oscura ragione per cui tanti bambini per mesi o addirittura anni fanno passare notti insonni ai loro genitori.

L’esperienza della maternità con Simone e con Emanuele è stata per molti aspetti diversa, ma credo che questo avvenga quasi sempre, perché ogni bambino è unico e diverso dall’altro. Quello che non cambia è la gioia che mi hanno dato e mi danno entrambi e l’amore che hanno suscitato in me.