Lettera per Diego

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Caro Diego,
adesso che sei addormentato qui vicino a me, ti voglio scrivere di quando sei nato, quattro anni fa.
Ecco, la prima cosa che ricordo è quella pancia enorme … ma quanto ero grossa! E poi ricordo i mesi difficili della gravidanza, con la nonna Uccia ammalata, la nonna che non hai mai conosciuto. Un giorno ti parlerò di lei, di come era felice di sapere che arrivava un maschietto in famiglia. Anche se andava pazza per le sue nipotine, le tue sorelle. Ti racconterò di un mucchio di cose . Tu, li dentro, tranquillo, che crescevi e cresceva anche la tua schisi, di cui sapevi solo tu. Eh sì, perché il medico non riteneva importante controllare anche il viso … si sa ….il volto non rientra nelle linee guide …. Ma credo che per me sia stato meglio così, sì quella volta la tua mamma è stata davvero fortunata a non sapere nulla. Avevo già troppi pesi da portare. La mia pancia mi teneva compagnia e mi dava molta forza per affrontare la vita di quei mesi.
Sai che continuo a pensare che se nascevi solo qualche ora dopo, avrei avuto in dono una veretta di diamanti? Sì, è così, è tradizione della nostra provincia regalare un anellino alla mamma del primo nato dell’anno. E tu che mi combini? Vai a nascere il 31 dicembre! Che dispettoso! Dai che scherzo Diego! Non mi piace l’oro. Non mi interessano i diamanti. Però saremmo finiti sul giornale …. chissà che avrebbero scritto, chissà se avrebbero pubblicato una foto. Accidenti! Che fortuna che tu sia nato il 31! Non me ne ero resa conto finora. Immagino il trafiletto sul quotidiano locale: “…il primo nato dell’anno che purtroppo è affetto da una malformazione…”. Che brutto. Ok, secondo colpo di fortuna.
Ricordo bene le ore precedenti il tuo arrivo: le sorelle a letto e noi grandi intorno al tavolo a mangiare una pizza con tuo zio Stefano. Appena possibile mi fiondo sul divano e guardo il dvd che ha portato lo zio , uno spettacolo di Beppe Grillo. Ecco, mi sa che sono state le risate a farmi partire le contrazioni, sì, ti confesso che ho questa convinzione. Ma alla terza gravidanza ho la situazione in pugno. Non mi faccio prendere dal panico. Mi faccio anche una doccia e mi preparo con calma per uscire. Arriviamo in ospedale. E’ molto tranquillo. Siamo in piena notte, sono le due. Mi ricordo quelle luci dei corridoi, così accecanti. Mi allacciano alla macchina del monitoraggio e mi lasciano lì. Avrei voglia di muovermi , di fare qualcosa, di ascoltare musica, di guardare la tv, come faccio a passare il tempo tra una contrazione e l’altra? Ma forse non farei nulla. Il tuo papà prova a distrarmi, chiacchierando, ma non ascolto. Sono concentrata sul tuo arrivo. Non vedo l’ora di vederti. Di abbracciarti. E di sapere che tutto va bene.
Le ostetriche ritengono che sia arrivato il momento. Mi portano nella stanza blu. E’ piena di cuscini, di tappetini. Questa volta partorisco a carponi, come fanno le donne africane. E’ un bel metodo. Sono consapevole di quello che succede. E così nasci tu, il mio piccolo amore. Ti portano via subito, non ti vedo, non ti abbraccio. So che non è la procedura normale. Ma piangi, sì, ti sento piangere e allora mi tranquillizzo. Un ginecologo rimette a posto il possibile (terzo parto, non pretendiamo!) e mi distrae con delle chiacchiere. Nel frattempo tuo padre ha seguito una ostetrica. Passano i minuti, ed io sono ancora in sala parto, senza te. Arriva papà che mi aiuta ad arrivare in camera. Ha una faccia strana, il colorito è molto simile al giallino delle pareti della stanza. Sì, dai, c’è qualcosa che non va. L’ho capito. Ma stranamente sono calma, so che sei vivo, ti sento piangere. Papà si siede vicino a me e mi dice, con voce controllata, che stai bene, ma c’è un problema. Calma, come sono incredibilmente calma. Saranno gli ormoni del postpartum…. Papà inizia dalle notizie positive e cioè che sei sano. Però…. Ecco il però. Sono tranquilla, che strana sensazione. Mi sembra di tenere la situazione in pugno. Papà mi dice: “Ha una malformazione.” “Cioè?”. “ Non ha la bocca, cioè ha un buco al suo posto, e il naso ha una narice completamente aperta. “ “ E’ il labbro leporino?” “Non so cos’è il labbro leporino. Adesso lo portano in stanza. Stai tranquilla, è sano. Però potresti aver bisogno di tempo per abituarti al suo volto.” Il tuo papà è stato veramente forte e coraggioso quella notte. Ha mantenuto un sangue freddo incredibile. Un giorno ti farà il suo racconto.
Ti sento urlare in corridoio. Le ostetriche ti portano da me, finalmente. Che voce che hai! Eccoti. E appena ti mettono nelle mie braccia smetti di piangere!!! Amore a prima vista. Guardo i tuoi occhi, che sono ancora chiusi. Sento il tuo profumo. Ti abbraccio. Quanto sei piccolo. Quel buco lo guardo con curiosità. Devo capire cosa è successo, devo sapere se puoi mangiare. E’ la prima domanda che rivolgo all’ostetrica. Accipicchia, ho davvero quel mitizzato istinto materno! Il mio sguardo si ferma sui tuoi occhi. Osservo la parte alta del viso. Cerco una somiglianza. Hai preso più da me o da papà? Poi sposto lo sguardo alla bocca, al naso. E penso che dovrò abituarmi a vederti per sempre così. Mi abituerò. Sei il mio bambino. E ti voglio un bene dell’anima. Finalmente rimaniamo da soli. Per fortuna in questo reparto utilizzano il metodo del rooming in e , così, ti posso avere vicino tutto il tempo. Sei un bambino tranquillo, dormi per diverse ore. In quella stanza sono passata da mille emozioni contrastanti: ho pianto tanto, mi sono auto commiserata, ho provato molta rabbia, ho trovato la forza di fare coraggio ad altre persone, ho anche riso e tanto. Uno dei primi pensieri è stato: come dirlo ai miei cari? Come raccontarlo a mia mamma? Non voglio che stiano male per me. Non voglio compassione, non mi serve.
La prima scoperta che ho fatto, grazie a te, è stata quella di accorgermi di essere circondata da gente di cuore. Sono una persona davvero fortunata, me ne rendo conto in quel momento, perché c’è chi mi vuole bene sul serio. Le mie amiche: che scoperta. Come si dice? Poche ma buone. Ecco, è proprio così. Stella mi chiama al telefono e sento la sua voce malferma. Penso che sia dispiaciuta per me. Invece mi racconta del suo tragico capodanno. Incredibile, la devo consolare. Quando però viene a sapere che sei nato e che c’è un problema vorrebbe scavarsi una fossa! Dopo un paio di ore ci viene a trovare in ospedale. Daniela è unica: mi tiene al telefono almeno mezz’ora e mi racconta delle sue ultime tragicomiche vacanze in terra araba. Mi distrae dai miei pensieri e mi fa ridere da matti! Con te sulla pancia che dormi sereno! Pina arriva con sua sorella e si comporta come mi aspetto, senza false ipocrisie.
Arriva il primo dell’anno e le ostetriche mi invitano a festeggiarlo con loro, nella saletta medica: un capodanno originale. Io in ciabatte e camicia da notte, gli altri invitati in camice bianco. Bello… diciamo da ricordare. C’è un medico che ha quattro figli e a mezzanotte la sua famiglia fa un salto a salutarlo. Vedo una sfilata di bambini, tutti carini e sorridenti. M’incanto a guardarli: sono tutti e quattro perfetti. In quel momento ho provato invidia, sì, invidia per quei genitori che erano stati così bravi a confezionare i loro bambini. E dopo un attimo mi sono sentita la persona più sfortunata del mondo. Mi vergogno per quel momento, ma, se devo essere sincera, non posso raccontarlo in altri termini.
Sono fortunata, sì. Anzi lo siamo entrambi. Sei nato in un ospedale in cui conoscono un bravo dottore che opera le malformazioni come le tue (mi sono fatta dire il nome preciso: cheilognatopalatoschisi). Mi dicono che la schisi sarà chiusa e che sarai un bambino come gli altri. Che strano: non ha nessun significato “come gli altri”, per me. Ogni persona è unica, con tutto il suo bagaglio di esperienze, di emozioni. Tu non sarai mai “come gli altri”, come non lo sono le tue sorelle. Tu sei il mio bambino e la schisi, la fessura, il buco, è parte di te. E’ come il tuo cuore, il tuo cervello, le tue braccia, i tuoi piedi. Sarà cancellata da un intervento, ma non desidero che sia cancellata dal ricordo. Tu sei nato così. La tua schisi è un qualcosa che ti rende unico, perché se la vita per te è partita in salita, questo ti arricchirà, ti renderà più forte. Certo, mettiamo in ordine i tessuti ossei, i muscoli facciali, curiamo la dentatura, la fonetica, ma non voglio nascondere una tua caratteristica. Sei perfetto così come sei nato, sei stupendo.
Ne ho messo di tempo per poter scrivere così. Fai quattro anni e in questo periodo ho attraversato le più disparate emozioni. All’inizio ho pensato: “perché a me?”. Mi sembrava la fine del mondo. Ero la persona più triste dell’universo. Poi la tua schisi è stata operata e il tuo volto è rientrato nella “normalità”. Ero soddisfatta del risultato, ti portavo in giro quasi come un esempio della bravura dei medici di Pisa. Pensavo che cancellata la schisi, cancellavo il ricordo. Mio piccolo uomo quanto tempo è passato e quanto sono cambiata! Adesso non desidero cancellare nulla, sei la mia piccola opera d’arte, come le tue sorelle. La tua malformazione (che parola antipatica) è stata per me (ma lo sarà anche per te, ne sono sicura) una “buona formazione” . Una partenza per una mia crescita personale, quando ero arrivata ad un punto in cui tutto sembrava fermo, immobile, un punto in cui credevo di avere tutte le risposte in tasca. Scusa mio piccolo uomo se ti sembro egoista con queste parole: certo, avrei preferito per te un inizio senza problemi. Ma è andata così e tu, fin da piccolo, hai dimostrato di saper affrontare la vita nel miglior dei modi e continui a stupirmi per come sai cavartela in ogni occasione. Ci teniamo per mano e qualche volta sono io a guidarti e altre volte sei tu …. Tanti auguri piccolo uomo!